Il Prof. Giovanni Gallo

Videogame, Giovanni Gallo: «Nuove opportunità con i serious game»

L’idea di due ragazzini chiusi in un garage che “inventano” un videogame di successo? «Può capitare, ma preferisco la prudenza e dico ai ragazzi: scordatevi di diventare ricchissimi con un gioco. Preferisco far “vedere” un percorso professionale, che potrà portarli anche a guadagnare tanto dopo un periodo di gavetta molto seria e probabilmente non qui in Sicilia». A evitare facili mitizzazioni e restare coi piedi piantati per terra è il professore Giovanni Gallo, docente di Computer Graphics nel corso di laurea in Informatica all’Università di Catania e al contempo docente di Sistemi Interattivi e di Fondamenti di Informatica & Tecnologie delle Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Catania. All’università il suo corso esiste da una decina d’anni e molti di quelli che lavorano in questo campo, almeno alle falde dell’Etna, sono passati da lì. «Un 15% dei nostri laureati trova occupazione nel settore dei videogame, non è poco. Anche se si tratta di un mercato del lavoro molto volatile, in cui si lavora a progetti, per periodi stabiliti, dovendo spostarsi. E le conoscenze influenzano molto le scelte, anche perché tra le piccole aziende c’è grande concorrenza», commenta Gallo.

Professore, com’è strutturato il mondo della produzione dei videogame?
«Ci sono i grandi distributori internazionali che mettono i videogame sulle grandi piattaforme. Questi si interfacciano con grandi aziende produttrici, quasi tutte fra l’Inghilterra e la California, che a loro volta spezzettano la produzione affidandone parti a tante piccole softwarehouse indipendenti in giro per il mondo».

Si fanno anche proporre idee e progetti?
«Se una piccola software house ha una buona idea, ma non ha le forze per svilupparla, si rivolge a una big e prova a spuntare un contratto in cui si stabiliscono quante e che tipo di royalties avrà. Ma in genere accade che la grande distribuzione parli con i grossi produttori e questi con il grande “sottobosco” delle piccole aziende. Le quali, spesso, mentre lavorano sul gioco che viene loro commissionato, con il budget ricevuto riescono a sviluppare anche i loro progetti indipendenti. In questo mercato, sei hai un’idea molto brillante, io consiglio di proteggerla, depositarla, e poi cominciare le contrattazioni con i big per “venderla”».

Com’è il panorama dei produttori siciliani?
«Grandi realtà siciliane che abbiano una visibilità nazionale non ce ne sono ancora, o magari preferiscono stare sotto l’ombrello di raggruppamenti internazionali su progetti specifici. Però i soldi girano, il lavoro c’è. Anche la qualità sta crescendo negli ultimi anni. E una nuova possibilità è data dai cosiddetti serious-game, un mercato in crescita».

Riusciamo a formare professionalità in questo settore?
«La scuola non le prepara. Al livello di base dovrebbero provvedere gli istituti tecnici, ma solo qualcuno come l’istituto Steve Jobs di Caltagirone – che ha un piccolo curriculum sui games – qualche competenza riesce a sfornarla. Dopo dovrebbero farlo le università, Ingegneria e Informatica in primis. A Informatica ci siamo un po’ svegliati, io insegno Computer grafica da più di 10 anni e ho creato in qualche modo qui una “scuola” di computer vision e grafica. E visto che c’era un grande interesse, abbiamo attivato un corso (una materia) che si chiama Sviluppo di Giochi Digitali».

Non si poteva fare di più?
«C’è un intero curriculum che guarda al mondo dei multimedia interattivi e lo sviluppo dei giochi digitali sta lì dentro. Fare di più è molto difficile perché non abbiamo i professori. Non abbiamo le risorse delle università americane e dobbiamo “scavare” nel nostro piccolo budget per fare acquisire queste competenze ai professori. Però da noi i nuovi entrati sono quelli che si sono formati dieci anni fa…».

Cosa c’è oltre all’Università?
«C’è l’Accademia di Belle Arti, che da circa cinque anni ha il corso di studio in Arti tecnologiche tutto orientato all’uso del computer per il multimedia e per l’interazione. Gli studenti acquisiscono un certo livello di competenza, soprattutto nell’uso degli strumenti digitali per la grafica».

E dove si impara a fare game design?
«Non c’è molto di specifico, anche se dentro l’indirizzo di Arti tecnologiche c’è ad esempio un buon corso di Storia e teoria del videogame, tenuto dal professore Giuseppe Frazzetto, che poi è anche un viatico al game design. Inoltre, al Dipartimento di Lettere dell’Università di Catania ci sono molti colleghi che si occupano di racconto digitale su vari media. Diciamo che le competenze ci sono, ma è difficile per un solo studente acquisirle tutte. E’ anche vero che lavorare alla produzione di un videogame è sempre un lavoro di squadra, dove da un lato ci sono gli artisti e da un altro ci sono i tecnici. Ed è forse la capacità di lavorare in un gruppo multidisciplinare l’unica cosa che ai ragazzi non insegna nessuno».

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